Il punto settimanale di Bruno Ianniello, fra Andreotti, Mani Pulite e il governo-Meloni.

Fatto il Governo da cui è lecito attendersi risposte incisive in tempi brevi sui temi brucianti dell’attualità che toccano la carne viva dei cittadini è giunto il momento di fare gli italiani ovvero di comportarsi da persone civili che sanno stare in un consesso che vuole definirsi democratico e che in fondo al proprio cuore sanno trovare quel senso di responsabilità necessario per convivere con il prossimo.

La democrazia può paragonarsi ad uno di quei cuccioli di cagnolino belli a vedersi e di cui ci si innamora a prima vista ma che, una volta adottato, richiede coccole, cure continue, amore e tutto ciò per un motivo estremamente semplice: non è un soprammobile da esposizione che puoi spolverare di tanto in tanto quando residua un pizzico di tempo o nelle occasioni che contano quando piomba a casa l’ospite di eccezione per non sfigurare.

La democrazia può quindi funzionare solo in presenza di determinate ed imprescindibili condizioni che in parte sono legate al nostro senso civico, alla nostra coscienza che rappresenta, ad avviso di chi scrive, il miglior legislatore possibile perché intriso di quella sapienza del cuore che la buonanima di Giulio Andreotti citava spesso quale unico antidoto efficace per stroncare le dittature più pericolose, quelle striscianti che trovano origine nell’ego di ciascuno di noi.

Per puro caso, sfogliando i vari video di TIK TOK presenti su una delle tante piattaforme social , ho avuto modo negli ultimi giorni di riascoltare un passaggio molto significativo di un discorso pronunciato dal “Divo” in cui si condannavano coloro che erano contrari al suffragio universale poiché il voto dello scienziato non può essere messo sullo stesso piano di chi non aveva neppure fatto le scuole dell’obbligo: “La Sapienza non viene dalla Scuola o dai titoli Accademici, vi e’ invece una Sapienza che viene dal cuore di coloro che sono tra la gente semplice che non hanno quasi mai la tentazione di montare in Superbia…”

Sono parole importanti perché nel tempo incerto che viviamo, quello dei salottini radical chic che si occupano di quisquilie e pinzillacchere, acquistano un valore ancora più pregnante ed autorevole e non possono essere spazzate al pari di cartacce inutili portate via dai primi venti autunnali solo perché un pool di magistrati si è sostituito a quella sapienza del cuore stabilendo cosa era il bene e cosa il male.

Qualche mese fa un tronfio Andrea Purgatori “celebrava” il trentennale della stagione di Mani pulite con la solita intervista al solito Gherardo Colombo che ci riproponeva la sua solita versione, estremamente parziale e di comodo, corredata di omissioni non del tutto irrilevanti ai fini della comprensione di un periodo storico che ha inevitabilmente segnato i destini della nazione.

Per provare a comprendere quella tormentata stagione che contribuì ad abbattere una intera classe politica (non tutta per la verità) occorre, a modesto avviso di chi scrive, ascoltare entrambe le campane e pertanto non sono quelle degli accusatori che all’epoca furono considerati veri e propri eroi al pari di Garibaldi e Mazzini, liberatori come gli americani sbarcati in Sicilia nel 1943 ma anche quelle degli accusati e dei loro difensori i quali ci raccontano storie da far tremare le vene ai polsi.

E’ il caso dell’Avvocato Giuliano Spazzali che rappresentò il grande antagonista dell’eroe Antonio Di Pietro e che in un intervista rilasciata qualche tempo fa a Gianni Barbacetto ripercorre le tappe del calvario giudiziario riservato al suo assistito Sergio Cusani: “l’unico cliente in tutta la mia carriera con cui siamo passati dal lei al tu. Ha mantenuto una sua linea chiara e netta. Ha ammesso le sue colpe, ha pagato per i suoi reati, ma non è corso “a pentirsi”, come facevano tutti in quei mesi, a denunciare quelli con cui aveva lavorato. Non ha ceduto al “Trio Lescano”.

Il trio Lescano era rappresentato da Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo ovvero i Pm dell’inchiesta Mani pulite al cui capezzale la stragrande maggioranza degli indagati correva a “pentirsi” per evitare il carcere.

Sergio Cusani, a differenza di tanti altri, “non si è mai pentito ed il carcere se l’è fatto tutto rispettando la regola che aveva imparato dal suo maestro Ravelli ovvero mai tradire il proprio cliente, per cui hai lavorato”.

Egli sapeva tutto, ma non lo ha mai vuotato il sacco ammettendo solo le sue responsabilità poichè per quelle degli altri era compito dell’ufficio dell’accusa trovare le prove.

Giuliano Spazzali ci svela inoltre un’altra verità sfatando uno dei tanti miti che ammantavano il Trio Lescano: “Mani pulite è cresciuta enormemente tutta sulle confessioni degli indagati. Non è una buona inchiesta, quella che si fonda non sulle indagini, ma sulle confessioni…l’inchiesta si è in gran parte giocata con le confessioni e i patteggiamenti, l’unico vero processo è stato il processo Cusani, con Di Pietro che esibiva mezzi ultramoderni, mai visti prima d’allora in un’aula giudiziaria, come le proiezioni di schemi dal computer. Ma poi concludeva con frasi come “Ma che c’azzecca?”. E conquistava il pubblico TV..

Illuminante la risposta di Spazzali alla domanda di Barbacetto relativa al modo con cui l’avvocatura aveva approcciato quella stagione: “Ne è uscita malissimo. Con le ossa rotte. Faceva a gara a portare i clienti in Procura a confessare. Ma l’avvocato non deve dare un contributo a cambiare il contesto sociale, fa un altro lavoro. Io ho avuto premi, anni dopo, per essere stato l’unico a non aver ceduto: per mia incapacità anche solo a pensarlo; ma anche perché ho avuto la fortuna di avere un cliente, Sergio Cusani, robusto e non cinico e baro”.

Ennio Amodio, cattedratico, componente della commissione incaricata di redigere il progetto preliminare del codice di procedura penale attualmente vigente ed importante avvocato del foro milanese nel recente libro pubblicato a Marzo di quest’anno ”Mani pulite: un giustizia con l’elmetto” tratteggia quel periodo lucidamente “Ricordo una mattina in Procura, in uno stanzone pieno di una decina di persone accorse spontaneamente per confessare le modalità e gli importi delle tangenti versate a funzionari pubblici. Ciascuno sedeva davanti ad un esponente della polizia giudiziaria che verbalizzava il racconto di imprenditori tremanti e manager ansiosi di vuotare il sacco per scampare alla galera. Un magistrato si muoveva tra i diversi punti di ascolto e verificava gli importi delle mazzette costitutive di reato. E in qualche caso il magistrato esplicitava la sua censura: «Solo duecento milioni di mazzette con il fatturato enorme che ha la sua azienda? Non è credibile: a San Vittore». Ho visto un anziano inquisito invocare stralunato un po’ di pietà: «Il carcere no, dottore, ho detto tutta la verità, mi creda!». Era questa la pratica della territio di medievale memoria. L’indagato doveva capire che collaborare con la giustizia era un dovere sanzionato con il carcere quando la bocca rimaneva troppo cucita. Mi è capitato di assistere un indagato che non riusciva a soddisfare l’esigenza del pubblico ministero. Ed ecco la reazione, come un colpo di frusta: «Lei non sta raccontando tutto quello che sa, se va avanti così sa dove va a finire? A San Vittore, perché il giudice ha già firmato un ordine di custodia in carcere che ora spetta a me eseguire». Una frase pronunciata sventolando un atto che confermava la decisione del giudice”.

Si era quindi determinata una prassi del tutto anomala, abnorme e non codificata per cui gli avvocati milanesi sfilavano davanti alla porta di Antonio Di Pietro implorando un salvacondotto in cambio di una confessione, e si contavano sulle dita di una sola mano i pochi legali che, dotati di un minimo di schiena dritta, si chiamavano fuori da quel rituale venezuelano avvilente ed illiberale.

Giuliano Spazzali nel corso del processo Cusani fu uno dei pochi a denunciare e far emergere l’usanza “dell’interrogatorio contestuale”, cioè il metodo usato da Di Pietro secondo il quale funzionari di polizia, guardie di finanza e carabinieri, opportunamente istruiti dal pm stesso, che poi passava a firmare le deposizioni, interrogavano testi e inquisiti, sicché risultava che a una certa ora di un tal giorno lo stesso magistrato aveva interrogato contestualmente più persone.

Il riecheggiare di quei tristi racconti mi ha fatto tornare alla mente quell’illuminante discorso di Andreotti che ci metteva in guardia dalla dittatura dell’IO che trae origine dalla tentazione di montare in Superbia e possedere tutte le verità legittimando condotte a dir poco discutibili.

Mi sia consentita una nota conclusiva condita da un interrogativo inevaso: anche allora i giornaloni e la TV parlavano di emergenza corruzione ed allora mi chiedo: è mai possibile che ogni qualvolta ci troviamo a dover fronteggiare una emergenza, vera o presunta che sia, l’unica strada che sappiamo percorrere è quella lastricata di buone intenzioni che ci conduce sempre all’inferno ?

E’ una bestemmia pensare di poter affrontare i problemi rispettando le regole che democraticamente ci siamo dati?

BRUNO IANNIELLO