Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Matteo Salvini: se c’è un elemento – negativo – in comune, e c’è, quello si chiama team, ovvero la squadra di collaboratori di cui il leader si circonda. E in tutti e tre i casi la compagine non era e non è all’altezza.  B, R e S si avvalgono in buona sostanza e in larga parte di lacchè, non di professionisti leali capaci di gestire con abiilità ed efficacia le situazioni della politica. Il cerchio magico di Berlusconi non ha frenato le sue cosiddette cene eleganti, quello di Renzi il suo delirio di onnipotenza dopo il famoso 40 per cento alle Europee, quello di Salvini i suoi mojito. E i risultati (pessimi) sono sotto gli occhi di tutti. Ma la leadership è un’altra cosa, è anche e soprattutto saper scegliere persone di qualità. Il caso di Ronald Reagan è emblematico: un grande Presidente americano, creato da una grandissima squadra. Qui Italia siamo come al solito in ritardo. E del resto basta vedere gli uffici stampa dei politici, spesso e volentieri davvero al di sotto della sufficienza. Non sapere per esempio cos’è Rtl 102.5 è grave, molto grave per un addetto ai lavori che fa il portavoce di un parlamentare. Eppure  è capitato parecchie volte. Certo, il discorso può non essere così lineare, c’è la variabile fondamentale del caratttere personale, però il cuore del ragionamento non cambia: chi ha la squadra più forte, più peparata, più determinata vince, anche nel tempo. Chi ha una squadra di siggnorsì prima o poi retrocede.