Il punto settimanale di Bruno Ianniello sui primi passi del nuovo esecutivo.

Passata la sbornia delle prime nomine successive al giuramento con annessa ed inevitabile pletora di sottosegretari (questi ultimi da sempre utili per placare le ire di qualche partner di Governo uscito con le ossa rotte dalla distribuzione delle poltrone che contano) possiamo analizzare le prime mosse del neonato Governo Meloni sulla scorta di una vecchia ma pur sempre attuale battuta pronunziata dal Principe della risata alias Totò in uno dei suoi tanti esilaranti film: “ La gatta frettolosibus faceat gattini guercet”.

In sintesi nemmeno il tempo di suonare la prima campanella che già il nuovo esecutivo introduce un nuova fattispecie di reato e sull’argomento analisti e giuristi molto più qualificati del sottoscritto si sono già espressi nei giorni scorsi esprimendo perplessità estremamente fondate sia per ciò che concerne il metodo (l’emanazione di un decreto legge presume per sua natura un grado di necessità ed urgenza tali da non poter attendere i tempi dell’iter parlamentare e nel caso di specie risultavano essere del tutto assenti atteso che il famoso rave di Modena, giusto per fare un esempio, era in già in fase di pacifico sgombero allorquando il Consiglio dei Ministri era stato convocato) sia nel merito atteso che la fattispecie appare del tutto generica e priva di quei contorni specifici imprescindibili ai fini della individuazione concreta della condotta criminosa.

Se si prova ad essere obiettivi mettendo da parte bandierine e banderuole che, per quanto mi riguarda ho riposto in cantina da tempo immemore, si deve ammettere che trattasi di una disposizione cosiddetta “manifesto” ovvero una di quelle tante disposizioni emanate dai vari governi negli ultimi anni con cui si vuole dare il famoso segnale di discontinuità rispetto al passato più o meno recente: un modo come un altro per dare seguito alla promessa fatta in campagna elettorale per cui la pacchia era finita.

A modesto parere di chi scrive se veramente si voleva dare un chiaro ed evidente segnale di discontinuità rispetto ai governi precedenti sarebbe bastato dare piena attuazione alle norme esistenti e del resto il maxi sgombero eseguito nei giorni scorsi negli edifici di Via Bolla a Milano ove gli alloggi ALER occupati abusivamente erano ben 91 sui 156 esistenti ne rappresenta la prova più evidente.

L’attuale ordinamento mette a disposizione di chi vuole veramente (e non solo a chiacchiere o in prossimità di scadenze elettorali) ripristinare la legalità tutti gli strumenti utili per realizzare lo scopo ma ripristinare la legalità in molte zone franche di questa Nazione significa sporcarsi le mani, assumersi un enorme carico di responsabilità e prendersi delle rogne che non sempre pagano in termini di visibilità che è poi l’unica cosa che oggi conta per buona parte della classe politica nostrana.

L’umiltà del Ministro dell’Interno Piantedosi che si è detto disponibile a discutere tutte le proposte migliorative sul testo del prefato Decreto legge che saranno avanzate in sede parlamentare è in ogni caso un buon segnale da non trascurare e questo tipo di atteggiamento può essere già considerato un elemento di discontinuità rispetto al recente passato ove i Ministri e i primi Ministri erano principalmente dediti all’idolatria del proprio ego.

Cosa era lecito attendersi dal nuovo Governo e quale poteva essere la mossa spiazzante per dimostrare ad urbi et orbi che veramente si cambiava registro non solo rispetto al recente passato marcando un elemento di discontinuità autentico e non solo di carattere propagandistico? Molto semplice: fare l’esatto contrario di ciò che si è fatto nel primo Consiglio dei Ministri ovvero eliminare, sfrondare, semplificare, sburocratizzare e soprattutto cominciare a scrivere i testi normativi in modo chiaro e semplice.

Trattasi di obiettivo indubbiamente ambizioso ma da chi vuole continuare a “stravolgere i pronostici” è lecito attendersi qualcosa di coraggioso, per certi versi anche rivoluzionario attraverso cui perseguire un disegno di lucida follia il cui obiettivo sia quello di eliminare le numerose norme inutili che non hanno mai trovato piena applicazione, individuare quelle utili ed approntare altresì tutti gli strumenti necessari ai fini della loro piena esecuzione, sfrondare tutte le disposizioni che rappresentano una mera duplicazione di quelle esistenti, semplificare il linguaggio adoperato nei testi normativi e nei vari regolamenti ministeriali di attuazione allo scopo di ridurre i margini di discrezionalità non solo chi è chiamato a dare attuazione alle norme (i funzionari e gli impiegati della complessa macchina statale) ma anche di chi ne deve garantire l’osservanza ovvero i Giudici.

Semplificare il linguaggio e renderlo più umano significa anche sburocratizzare e semplificare altresì le procedure perché un testo di difficile comprensione mette in guardia il funzionario pubblico di turno il quale, e capita molto spesso, si guarda bene dal rischiare condotte che potrebbero mettere a repentaglio il suo stipendio sicuro ed allora nel dubbio preferisce tener bloccata una pratica amministrativa da cui può dipendere l’avvenire del comune cittadino.

L’istituzione di una commissione legislativa il cui scopo fosse quello di semplificare gli attuali testi normativi ed eliminare quelli inutili poteva rappresentare il primo passo per realizzare la vera rivoluzione copernicana ed eliminare quella eterna sensazione di sudditanza del cittadino nei confronti dello stato ribadendo quindi un sacro principio di ispirazione autenticamente liberale per cui senza il cittadino lo stato non esiste ed è pertanto quest’ultimo che deve mettersi al servizio del primo e non viceversa.

Certo non si sarebbe potuto pretendere di ottenere risultati in tempi brevi ma avviare il progetto con la fissazione di step ed obiettivi a scadenze anche semestrali, il tutto nella speranza di poter lavorare per tutti i cinque anni della legislatura, poteva considerarsi cosa del tutto fattibile e non campata per aria.

Si è scelto invece di ingolfare ulteriormente ed inutilmente il nostro ordinamento giuridico che ormai si presenta appesantito e non al passo con i tempi che viviamo e che richiedono speditezza nelle decisioni e chiarezza nelle norme da applicare.

Ogni volta che metto piede in un aula di tribunale mi sembra di rivedere la scena di uno di quei film degli anni cinquanta dove i vecchi parrucconi, chiamati a decidere sulla vita o la morte delle persone, si guardavano tronfi allo specchio ma non avevano il coraggio di mettere il naso fuori dalla finestra per paura di essere spernacchiati anche da una mosca.

Governare significa guardarsi intorno e capire che la polvere non sempre può essere cacciata sotto il tappeto anzi va rimossa il prima possibile per salvare almeno il tappeto.

BRUNO IANNIELLO