L’analisi di Bruno Ianniello sul certificato verde.

A distanza di qualche giorno dalla tanto chiacchierata conferenza stampa tenuta dal Presidente del Consiglio Mario Draghi finalizzata ad esporre le linee guida del nuovo provvedimento partorito dal Consiglio dei Ministri attraverso cui si disciplina l’uso del green pass da parte dei vaccinati e  non vaccinati ed a seguito della pubblicazione del Decreto Legge n. 105 in Gazzetta Ufficiale, è possibile analizzare a freddo e quindi lucidamente la portata delle norme contenute in esso contenute.

Dalla lettura complessiva del testo normativo di cui sopra se ne trae l’impressione, ormai atavica e cristallizzata, che nella nostra bella Nazione chi scrive le leggi (in questo caso i decreti legge) vive e vegeta su Marte o nella migliore delle ipotesi, su di un pianeta distante anni luce dalla nostra amata Terra.

Sarebbe cosa buona e giusta se una tantum il legislatore mettesse almeno piede in un ristorante o in un bar per cercare quanto meno di capire come funziona una attività commerciale di codesto tipo e provare quindi a calarsi nei panni del povero esercente già piuttosto provato se non addirittura vessato dopo un anno e mezzo di crisi pandemica e misure legislative del tutto insufficienti a colmare la grave crisi economica che ha investito il settore.

Ancora una volta, invece, il legislatore si è mostrato del tutto indifferente al grido di dolore dei suddetti esercenti imponendo loro un coacervo di oneri, del tutto irrealizzabili e per la verità anche piuttosto odiosi, che il nostro ordinamento non pone neppure a carico dei pubblici ufficiali in divisa e dei funzionari più zelanti.

Come è nostra abitudine ci addentriamo subito nei dettagli della normativa onde consentire al paziente lettore di comprendere i termini della questione e partiamo dall’articolo 3 del suddetto Decreto Legge: A far data dal 6 agosto 2021, e’ consentito in zona bianca esclusivamente ai soggetti muniti di una delle certificazioni verdi COVID-19, di cui all’articolo 9, comma 2, l’accesso ai seguenti servizi e attivita’: a) servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio, di cui all’articolo 4, per il consumo al tavolo, al chiuso; b) spettacoli aperti al pubblico, eventi e competizioni sportivi, di cui all’articolo 5; c) musei, altri istituti e luoghi della cultura e mostre, dicui all’articolo 5-bis; d) piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra, centri  benessere, anche all’interno di strutture ricettive, di cui all’articolo 6, limitatamente alle attivita’ al chiuso; e) sagre e fiere, convegni e congressi di cui all’articolo 7; f) centri termali, parchi tematici e di divertimento; g) centri culturali, centri sociali e ricreativi, di cui all’articolo 8-bis, comma 1, limitatamente alle attivita’ al chiuso e con esclusione dei centri educativi per l’infanzia, compresi i centriestivi, e le relative attivita’ di ristorazione; h) attivita’ di sale gioco, sale scommesse, sale bingo e casino’.

Ebbene si: a partire dal prossimo 6 agosto gli esercenti dei servizi di bar e ristorazione che espletano la propria attività nelle regioni in zona bianca saranno tenuti a chiederci il green pass ovvero un referto attestante l’esito negativo di un tampone eseguito poco prima, onde consentirci la consumazione al tavolo.

Tutti sanno che il green pass si può ottenere anche ad esito della prima somministrazione di dose di vaccino e la sua validità è di 15 giorni e che il test molecolare del tampone costa mediamente dai trenta ai quaranta euro.

Non ci vuole molto a capire che il costo dell’operazione si pone esclusivamente a carico dei poveri suddetti esercenti i quali dovranno necessariamente dotarsi di uno scanner capace di leggere il codice del green pass nonché di un dipendente che, posto all’ingresso dei locali di pertinenza dell’attività commerciale, dovrà compiere il cosiddetto “lavoro sporco” al pari di un inflessibile ascaro a cui nulla può e deve sfuggire pena la sanzione contemplata nel Decreto Legge:  «Dopo due violazioni delle disposizioni di cui al comma 4 dell’articolo 9-bis, commesse in giornate diverse, si applica, a partire dalla terza violazione, la sanzione amministrativa accessoria della chiusura dell’esercizio o dell’ attivita’ da uno a dieci giorni.».

Il green pass può essere facilmente falsificato e nulla esclude che si possa esibire al dipendente della struttura recettizia un passaporto appartenente ad altra persona e pertanto se il controllo deve essere autentico si rende necessario chiedere all’avventore le proprie generalità o addirittura l’esibizione di un documento di riconoscimento.

Qui casca l’asino perché non tutti possono chiederci di esibire i nostri documenti di identità e, tra coloro che hanno la facoltà di farlo rientrano ovviamente le forze dell’ordine, cioè polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia locale. Nello specifico in realtà, nemmeno le forze dell’ordine possono obbligarci a mostrare i documenti d’identità ovvero punirci se non li abbiamo con noi.

A regolare il tutto infatti c’è il codice penale (articolo 651) che sottolinea come ad un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni sia necessario dare indicazioni sulla propria identità personale, anche oralmente e nel caso in cui ci si rifiuti di fornire i propri dati si è punibili con l’arresto fino ad un mese e con una multa fino a 206,00 €.

Il povero dipendente del locale posto a guardia del fortino e munito del lettore può essere considerato un pubblico ufficiale? La risposta è negativa e pertanto il malcapitato non potrà fare altro che fidarsi delle informazioni fornite dal cliente.

Tutto questo scoraggia inevitabilmente sia il cittadino che vorrebbe consumare una pizza o un pasto in grazia di Dio senza per questo essere costretto a sborsare un ulteriore somma per effettuare un test molecolare ovvero sottoporsi ad un vaccino in cui non crede (o in cui magari crede ma che non gli hanno ancora somministrato a causa di lentezze burocratiche ad esso non imputabili) sia il povero esercente chiamato a svolgere un compito odioso e che neppure gli compete.

Osservatori molto più preparati ed attenti di chi scrive hanno già manifestato seri dubbi di costituzionalità sul testo normativo non fosse altro per il carattere oggettivamente discriminatorio nonchè violativo del diritto alla privacy.

Il principio di uguaglianza viene calpestato in virtù di una irragionevole discriminazione tra cittadini non vaccinati e quindi non immuni e cittadini vaccinati che però potrebbero tranquillamente contrarre il virus al pari di quelli non vaccinati tanto è vero che lo stesso decreto legge  prevede la loro sottoposizione a quarantena nel caso di contatti con soggetti positivi.

Se allo stato attuale non è possibile imporre ai cittadini l’obbligo vaccinale ed a tal uopo sono del tutto fuori luogo i continui richiami da parte dei pappagalli del mainstream ai vaccini che si impongono ai bambini per le malattie esantematiche atteso che il cosiddetto MPR (Morbillo, Parotite Rosolia) è somministrato in Italia dal 1976 e quindi non può considerarsi affatto sperimentale, l’unica via d’uscita era e resta quella della chiarezza.

Si dica chiaramente ai cittadini attraverso una campagna informativa seria che coinvolga anche e soprattutto i medici di famiglia, quali sono i possibili rischi e quali i benefici per tutte le fasce di età e lo si faccia subito senza ricorrere ad indegne paternali servite su di un piatto d’argento dal solito giornalista compiacente. Il decreto legge n. 105 del 23 Luglio 2021 è del tutto inapplicabile, pone seri problemi di costituzionalità e per questi motivi corre il rischio di non essere convertito in legge alla scadenza dei 60 giorni al pari del decreto-legge 18 maggio 2021, n. 65 che imponeva il coprifuoco con limiti e orari agli spostamenti con inizio alle ore 23:00 e termine alle ore 5:00.

Il D.L. in questione oltre ad imporre il coprifuoco fissava gli orari per gli spostamenti e regolava le aperture di attività dei servizi di ristorazione, attività commerciali all’interno di mercati e centri commerciali,  palestre, piscine, centri natatori e centri benessere, eventi sportivi aperti al pubblico, Impianti nei comprensori sciistici, Attività di sale giochi, sale scommesse, sale bingo e casinò, parchi tematici e di divertimento, centri culturali, centri sociali e ricreativi, feste e cerimonie, Corsi di formazione e Musei e altri istituti e luoghi della cultura.

La mancata conversione in legge del D.L. 18 maggio 2021 n. 65  ha confermato tutti i dubbi di incostituzionalità dei suoi contenuti, i quali riconducono ad un principio fondante, tutelato dalla nostra Legge fondamentale, che è il diritto alla libera circolazione ingiustamente soppresso sia con l’imposizione del coprifuoco (consentito solo in caso di conflitto bellico) sia con l’imposizione della chiusura della maggior parte delle attività.

La cosa è passato in sordina e nessun giornale o tv ne ha parlato in quanto sarebbe emersa la probabile natura di questa iniziativa, ovvero quella di dichiarare restrizioni limitate e temporanee (anche se incostituzionali come hanno già evidenziato numerose sentenze) per far si  che norme profondamente ingiuste vengano rispettate dagli ignari cittadini, come è di fatto accaduto, per poi lasciarle decadere.

A questo punto si pone il dubbio più che lecito che il Governo non abbia convertito il D.L. ben conscio della sua incostituzionalità.

Quali sono stati gli effetti del Decreto Legge 105? : piazze gremite di persone che stanno manifestando il loro diritto alla libera e consapevole scelta del vaccino senza imposizioni surrettizie né discriminazioni di sorta, esercenti e titolari di ristoranti e bar chiamati a svolgere una funzione del tutto estranea ai propri doveri ed alla propria attività ridotti al ruolo di zelanti controllori dell’altrui privacy, un mare di disdette di prenotazioni giunte all’indirizzo degli albergatori, paura e terrore ingiustificati sparsi a piene mani di cui non si sentiva il bisogno e che scoraggiano ulteriormente chi comunque aveva trovato le forze e le energie per ripartire, il tutto per ottenere un migliaio di adesioni al piano vaccinale.

Caro Presidente Draghi, con tutto il rispetto dovuto le chiedo: ne è valsa veramente la pena?

BRUNO IANNIELLO